martedì, 30 giugno 2009
Di Alfa, Omega, e altri ritagli

Pensieri a piede libero che vengono da libri, conversazioni, ma soprattutto libri letti quando si dovrebbe invece dormire.

La vita è altrove. E non c’è nemmeno bisogno di definirla, io credo. Può essere tutto quel che ti capita, secondo le tue inclinazioni e l’umore che ti porti stampato in faccia. La vita è mutevole, e assassina, certo, ma quel che è conta decisamente meno della maniera in cui tu ti presenti al mondo. Cosa ti capita conta meno di come lo vivi. La vita è altrove, e precisamente non si trova dove tutto ha bisogno di nomi, definizioni, ruoli, dove le coscienze sono adamantine per scelta o per dovere, e non per reale onestà.

Dove tutto è bloccato, l’esistenza è fantasia senza sbocco, marcisce su se stessa. Un tempo i cortigiani, nelle giostre, simulavano grandi scontri ed epiche battaglie, spesso senza aver mai l’occasione di viverne di reali. Le dispute fra le dame e i gentiluomini sulla moda, e i nuovi ninnoli che ne avrebbero fatto parte, occupavano intere giornate, poiché, spesso, d’altro, c’era poco da fare. Avrebbe, questa gente, desiderato occuparsi di quel che accadeva fuori dalla loro vivace boule de neige, o i riti costruiti nel tempo erano infine diventati la loro reale esistenza? 

Non so e, credo, aggiornare il contenuto e il sapore di certi rituali non rende più semplice arrivare a una risposta che, forse, non è davvero necessaria. Basta porsi la domanda, e sentire che, nel passare dei giorni, si può imparare a trattare la vita con più gentilezza, ma senza filtrarla…chiamare gli errori secondo la loro natura e allontanarsi, pur tributando loro l’omaggio del cambiamento. La vita è altrove, e forse, si trova dove il coraggio di ognuno si libera dalla stupidità. E mantiene il sapore del tentativo di decollare.

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mercoledì, 24 giugno 2009
Non credevo che dagli specchi potessero arrivare parole. Non fino a quando M. mi ha fatto notare il diradarsi delle case grigio-azzurre che, fino ad allora, avevano circondato il fischiare del nostro trenino nel vento delle sette di mattina. La metro ci ha inghiottito prima che capissi bene cosa si muoveva sul riflesso argenteo e vellutato della città.

Una volta riemersi sulla 73sima ho notato qualcosa di strano. Non ero eccitata, nervosa, emozionata. E non ero stanca. Mi sentivo completamente a mio agio, lievemente infastidita da alcune cose, compiaciuta da altre. Il cuore non perdeva un battito, tutto era semplice, spontaneo, normale. Come trovarsi davanti a se stessi e alla propria faccia luminosamente pensosa. La città ti calza come un’acconciatura d’avanguardia che troneggia sul tuo capo prima di una serata brillante: sei sempre tu, ma in grande.

La città ti attraversa senza cerimonia e ti amplifica nello spazio circostante. Questo, credo, avviene con tutti. A ognuno il suo, la sua droga personale da ritrovare a New York. La mia? Passioni, profumi, velocità. M. mi osservava con malcelato incazzo mentre cavalcavo le strade così nette, così semplici, così ingannevoli, come se fossi sulla groppa di un intelligente cavallo da corsa. Io non ti guido e tu non guidi me, questo era il tacito accordo fra me e la City. Rispettiamo le nostre individualità, così uguali da far temere la noia. Il rischio è stato scongiurato cercando il meglio, dentro e fuori di me, camminando sul passo rilassato dei 200 all’ora.

In fondo, le superstiti filosofie della modernità sostengono che certe cose si sanno e determinate entità si riconoscono, senza bisogno di cercare spiegazioni o progettare concetti. New York non è fatta per i rapporti esclusivi, temo. La conferma di questo suo recalcitrare davanti all’impegno fisso l’ho notata nelle impressioni contrastanti che ha lasciato su A., ancora alla ricerca della città da amare per sempre. Qui e ora, ripetevo invece io, con gli occhi grandi riempiti di colori, jazz, lunghezze che si sviluppano in verticale senza toccare nulla, nemmeno l’aria, cheesecake (oh, my love), suoni e, ancora, l’odore dei vestiti domenicali di Harlem.

Ho trovato quel che mancava di me, osservandomi con tanto minuzioso dettaglio? Certamente. E per nulla. Insomma, capire che si ama Parigi perché è il sogno della vita che va oltre la realtà può essere considerata una risposta? Forse, anche quando si è immersi in se stessi, non si può evitare di guardare oltre e forse questa è la risposta dei miei quattro giorni a New York. Non so se il mio presente continuerà con l’armonia schizofrenica del posto che trovo più simile a me sulla terra. Magari ci saluteremo, con una stretta di mano cordiale e poco tempo per capire come certi nodi si sciolgano. Forse i nostri occhi d’acciaio e cioccolata rimarranno così simili da non poter evitare una nuova, brillante risata. In verità, vedete, non mi importa. Ci rivedremo, questo conta, e questo sappiamo tutte e due. 

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giovedì, 05 marzo 2009
Esiste un determinato ammontare di dolore che è possibile sopportare. Oltre, esiste l’ignoto. Come tutti, l’ignoto ha un certo grado di vanità, che è sempre superiore a quella che potremmo immaginare. Capita così che, con suo gran dispetto, finisca per svelarsi, almeno in piccola parte, come uno sfarfallare veloce di luce dietro le tende tirate di una finestra, in una notte nera. Si può essere poveri, delicati come un fiore di campo, impegnati senza sosta, eppure non cadere, mai, nell’autocommiserazione. M. lo sa. E P. conosce il senso del sogno tranquillo, quello che si espande fino ad uscire dalla mente e comprendere la realtà vera, rendendo la personalità imperiosa, calma e dura come il diamante. J. immagina l’indifferenza, e la costruisce con allegria. Mettiamo quindi un’egiziana, un crucco (come mi odia, ogni volta che lo dico!), un thailandese e un’italiana a cena. E supponiamo che l’indifferente ami Ella come la amo io, fino al midollo delle ossa. Una mano tesa, una mezza risata, tanto imbarazzo. E il primo vero ballo della mia vita. Qui l’ignoto si è svelato, per quel centesimo di istante necessario a sbattermi con i piedi per terra. E quei piedi, signori ve lo giuro, hanno ballato a ritmo di jazz fintanto che la musica non è terminata. Vi lascio la canzone, caso mai risulti un poco utile anche a voi.



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venerdì, 27 febbraio 2009
Perché così, io sono!

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venerdì, 20 febbraio 2009
Oggi dovevo parlare del concetto di errore.

Ma ieri ho visto questo video, che è stato diffuso da queste parti grazie al "mio" Dubliner di fiducia e ho pensato che fosse talmente carino da meritare la priorità. Il pensiero ingegneristico derivato dai gatti non si trova mica tutti i giorni. Gli errori sì.

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sabato, 07 febbraio 2009







Proprio per questo.

Il tempo è finito, il tempo della prima età adulta. E' volato via con l'università, e molto di esso è stata una risata. Ma non gli ultimi due anni. Negli ultimi 24 mesi ho imparato ad aspettare, seppure con il grave difetto di lamentarmene spesso. Ma ho atteso che la vita facesse il suo corso, che certi nodi si sciogliessero e che altre fili si incontrassero di nuovo. Certamente ho appreso a osservare meglio ciò che mi circonda...non è poco! Ma questo non toglie che la mia vita deve riprendere le sue caratteristiche, la dose di rischio e amore per la volontà che smuove le rocce. Perchè? La risposta non è forse degna della persona razionale che sono, ma è la sola vera: perché sono fatta così. Perché ho compreso di volermi così. Perché non riesco a vedere il mio percorso in questo mondo che come una strada, tortuosa, sbagliata, ma sempre connessa. Non so tagliare il mio passato, voglio e posso provare a ricucirlo con il mio presente. Perché, credo, sono una ragazza con le palle.
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venerdì, 30 gennaio 2009
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mercoledì, 28 gennaio 2009


Quando ho alzato la testa dal monitor, non mi aspettavo di trovare la porta del suo ufficio aperta.

La grande vetrata della stanza, delicata come una guancia, era solcata da gocce nero petrolio.

Oltre, i camini soffiavano immagini incessanti verso il piattume bluastro del cielo, fino al cofine invisibile che, inaspettatamente, lascia l'occhio stanco a riposarsi nel giallo del tramonto.
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lunedì, 26 gennaio 2009

Mentre entravo nel distinto ascensore in legno massello che mi riconduceva alla mia scrivania dopo una pausa-pranzo lampo, ho pensato che fosse infine giunta l’ora di spendere qualche parola sul mio luogo di lavoro e sui personaggi che lo popolano. Cosi’, badando che il mio cappuccino take-away non mi bruciasse le dita, rischiando poi di rovinarmi la signorile postura costruita in perfetta corrispondenza con il ticchettare dei miei stivali sul marmo, mentre ero impegnata in tutte queste attivita’ di alto concetto, dicevo, ho cominciato a elaborare la descrizione dell’Ambiente Rarefatto.

 

Sarebbe infatti difficile definire diversamente l’atmosfera del N.C., specialmente per chi, come me, ha sempre lavorato in ambienti piuttosto rumorosi e informali. Non pensate male, qui nessuno e’ snob e anzi, la gentilezza e i sorrisi fluiscono in modo naturale e pressoche’ continuo (Lizzie a parte, ma ovunque ci sono eccezioni). La caratteristica rilevante del luogo e’ pero’ il silenzio delicato, interrotto solo da bisbigliati commenti in inglese e da qualche occasionale sospiro. Saranno le porte immense, le nevicate di Washington o forse i vestiti a piegoline, ma una volta nell’edificio si ha l’impressione di muoversi quasi in un ambiente senza peso…e, va da se’, la cosa spinge ad adeguarsi. Oggi pero’ un elemento esterno e’ venuto a turbare questa atmosfera da ultimo girone del Purgatorio prima del Paradiso: l’Uomo Urlatore. Questa entita’ di rosso vestita deve certamente provenire dai piani bassi perche’ pare essere assolutamente incapace di percepire qualsivoglia invito al silenzio. Mentre tutti battono educatamente sui tast del computer, ecco comparire l’infingardo che urla un “Oh nooo!!!” nella costernazione generale. Eccolo quindi sbraitare da un capo all’altro della stanza le sue opinioni poco lusinghiere sul comportamento di una stampante, per poi annidarsi vicino a un armadio per spaventare con il suo brontolio di tuono un’innocua signorina in gonnella con le mani cariche di fotocopie. Spero vivamente che l’Uomo Urlatore venga presto bandito, e a tal proposito potrebbe rivelarsi utile l’altrimenti spaventosa Lizzie.

 

Non chiedetevi se questo e’ il suo vero nome: ho voluto infatti essere gentile poiche’, con quel naso a patata e quello sguardo diffidente, il suo vero appellativo deve certamente somigliare a qualcosa come Ildebranda. Lizzie risiede nella portineria della suite in cui lavoro. Ella e’ custode, segretaria, manager, ma soprattutto terrificante. Non tentante, presi dalla felice timidezza del primo giorno, di salutarla con la parola “Hello”. Ella vi rispondera’ con un secco “Good morning” che non lascia speranza ad altri commenti. Non parlatele di cucina, poiche’ la sottoscritta l’ha sentita recentemente lamentarsi con una confidente di un branco di ospiti caciaroni che, dopo che lei aveva spadellato tutta la sera, non l’hanno degnata neanche di un “delicious”. Forse, pero’, sono troppo dura con lei. In fondo e’ probabile che la poverina sia una incompresa anima che soffre di solitudine e potrebbe in ogni caso riscattarsi facendo da tappezzeria in una qualsiasi serie tv americana  sufficientemente crudele.

 

E le cose allegre, direte voi? Le cose allegre si portano in tavola alla fine, rispondo io, perche’ come il dolce sono spesso le piu’ gradite (ma non ditelo ai nostri tg nazionali, anni di corsi sulla pubblica opinione andrebbero in fumo). Ho trovato la caffetteria della mia vita, o almeno della mia vita a Washington. Si chiama Caribou Café ed e’ situata a pochi metri dal mio ufficio. Tralasciando tutto cio’ che potete gia’ sapere da un consunto Starbucks, Caribou dona l’immediata sensazione di essere entrati in una foresteria canadese. Il caffe’ e’ buono e sempre accompagnato da chicche e altre cioccolatose sorprese…in effetti, se questo e' il luogo dove si trovano bastoncini di zenzero caramellati al ciccolato bianco, si potrebbe piu’ che altro pensare di essere nel Paese dei Balocchi. Infine c’e’ un trivial, che cambia ogni giorno, il quale, se indovinato, da diritto al 10% di sconto su quel che si acquista. Quello di oggi chiedeva qual e’ la serie tv della Fox che nel 1999 ha contribuito all’arresto di oltre 600 criminali. Se vi si e’ accesa una lampadina, fatevi vivi. Ma a questo punto il personaggio del Simpatico Supervisor comincia a sgomitare perche’ vuole essere presentato. Colui che rappresenta il mio capo e’ infatti un simpatico omone dalla risata squillante e dall’occhio acuto che mi consegna montagne di ricerche da effettuare su argomenti che stanno alla mia tesi come l’occhio di un cacciatore al mirino. E poi, cari, frastornati lettori, diciamo le cose come stanno: se il tuo boss ti porta a pranzo in un ristorante giapponese due giorni dopo averti conosciuto per parlare dei tuoi interessi e sborsa 70$ senza fiatare non puoi non adorarlo.

 

Ultima e decisive notizia, felice per chi mi apprezza, funesta per chi mi vuole male: sto progressivamente smettendo di fumare. Le Marloboro light a basso costo mi hanno inizialmente esaltato, ma oramai non arrivo quasi piu’ alla fine di una sigaretta, fermandomi spesso ben prima della meta’. Quando mi bastera’ estrarla dal pacchetto per sentirmi stufa, sara’ ora di tornare ad arricciarsi selvaggiamente i capelli oppure dedicarsi al canto.

 

Come state, voi, invece? Fatemi avere vostre nuove.

 

Un saluto leggero,

 

Vostra & Washingtoniana,

 

V.

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sabato, 24 gennaio 2009
Waiting for you.

Perché io, io sono già qui, con i piedi nel mare della baia e i capelli impigliati nei boschi della sera.

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